Non solo sport ...... anche lettura, pensieri e riflessioni

L’invito e il coraggio di andare

«Vedrai che bello» è lo slogan dell’anno oratoriano 2017-2018. È il Signore Gesù che lo dice ai più piccoli e ai più giovani, responsabilizzandoci, perché la sua «casa» sia capace di accogliere, nutrire di vita, procurare la gioia, fino a convincere di restare per sentirsi parte di essa e di andare nel mondo certi di questa appartenenza, in «uscita» perché ci riconosciamo discepoli del Signore e quindi «missionari».

 

«Vedrai che bello» è lo stesso invito che Gesù ha fatto a quei due discepoli di Giovanni il Battista che, avendolo seguito, gli hanno chiesto: «Maestro, dove dimori?». A loro Gesù ha risposto: «Venite e vedrete». Quei due «videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui». Questo brano del Vangelo di Giovanni al capitolo 1 (vv. 35-39) darà avvio al percorso dell’animazione in oratorio durante l’anno e sarà il riferimento della Festa di apertura degli oratori. Questo brano ci presenta la figura di san Giovanni evangelista, che la tradizione vuole sia “l’altro” discepolo che, con Andrea, ha risposto alla domanda di Gesù «Che cosa cercate?».

Papa Francesco e lo sport: nella vita mai chiudersi in difesa  

alberto bobbio F.C. RACCONTA 07/06/2014 

Grande festa in piazza san Pietro per i 70 anni del Centro sportivo italiano. Bergoglio indica tre strade: scuola, sport e lavoro. E dice: "Cercate la vittoria sempre. Non accontentatevi di un pareggio".

Tre parole: educazione sport e posti di lavoro. Papa Francesco indica la strada in piazza san Pietro nel giorno della festa del Csi. Alza lo sguardo verso le migliaia di ragazzi e di educatori che lo hanno atteso giocando per tutto il giorno. Dice a loro: “Non accontentatevi di un pareggio, date il meglio di voi stessi”. E poi aggiunge tra gli applausi: “Per i giovani ci sono tre strade: la strada dell’educazione, la strada dello sport e la strada del lavoro”. Ma non si ferma e sottolinea. “I posti di lavoro devono essersi all’inizio della vita dei giovani”. Messaggio chiaro e forte, soluzione per uscire dalla crisi e per evitare la disperazione sociale.  Affonda Papa Francesco: “Seguendo queste tre strade non si incontrerà droga, alcool”. Lo ripete due volte, anche alla fine del suo discorso. E dice ancora. “Non accontentavi di una vita mediocremente pareggiata. Andate avanti cercando la vittoria sempre”. La festa con il Papa è cominciata nel tardo pomeriggio, festa dello sport più bello, festa del volto umano dello sport. Abbraccia la nazionale italiana amputati, ragazzi che giocano con una gamba sola presentati uno per uno da Bruno Pizzul. Sul sagrato di San Pietro hanno montato un campetto di calcio e i canestri del basket. Il Trap gli regala un pallone e spiega che è stato “l’oratorio a formarmi e darmi la gioia di rimanere umile”. Igor Cassina e Vanessa Ferrari fanno un breve esibizione al cavallo e alla trave, in mezzo a tante testimonianze di gioco pulito, di sport che cambia la vita, anche in carcere. Papa Francesco sorride, stringe mani, abbraccia atleti e dirigenti, riceve palloni e magliette. Poi parla e dice che “è importante che lo sport rimanga un gioco”, che va bene giocare ma occorre anche “mettersi in gioco nella vita come nello sport”, alla “ricerca del bene nella Chiesa e nella società”. Spiega che occorre “accogliere soprattutto i meno fortunati e dare loro un’opportunità di esprimersi”. Invita i ragazzi a comportarsi da “veri atleti, degni della maglia”, a riscoprire “la bellezza del gioco di squadra”. Dice “No all’individualismo”: “Un giocatore non fa gioco per se stesso. Nella mia terra quando un giocatore gioca da solo si dice che vuol mangiarsi il pallone. Questo individualismo, invece va fatto gioco d’equipé”. Poi ricorda che lo sport è importante nella missione della Chiesa e fa con la memoria a padre Lorenzo Massa, il salesiano che nelle strade di Buenos Aires nei primi anni del Novecento raccolse un gruppo di ragazzi che poi diventarono una grande squadra il club “San Lorenzo de Almagro”, di cui il Papa è supertifoso. Spiega: “In parrocchia se non c’è il gruppo sportivo manca qualcosa”. Ma si raccomanda che giochino tutti non solo i più bravi e si privilegino invece “i più svantaggiati”. Infine invita a i dirigenti sportivi a portare lo sport nelle periferie, perché “insieme ai palloni potete dare anche ragioni di speranza e di fiducia”. Chiude con un appello nella sua nuova veste di capitano del Centro Sportivo Italiano, appena nominato dal presidente Massimo Achini: “Da capitano vi sprono a non chiudervi in difesa, ma venire in attacco, a giocare insieme la nostra partita che è quella del Vangelo”. E poi come sempre fa chiede ai ragazzi di pregare per lui, perché “anch’io devo fare il mio gioco, che è il vostro gioco, che è il gioco di tutta la Chiesa: pregate che io possa fare questo gioco fino al giorno in cui il Signore mi chiamerà a sé”.

Diario di un allenatore - Cari genitori, lasciate lo sport ai vostri figli ! Le regole per tutelare l'armonia in campo e in famiglia  

Giovanni Uggeri - IL SOLE 24 ORE - 11 Settembre 2018 

Leviamo subito dal campo ogni dubbio. I genitori che urlano in tribuna sono “loro”. Quelli che insultano gli arbitri sono sempre quelli dell'altra squadra. Quelli che criticano il proprio allenatore sono gli “altri” e quel papà che insiste tutto il pomeriggio a dire al proprio che figlio che la partita di domani è “importante” è quel pazzo ossessionato di cui non ricordo il nome. Adesso che abbiamo fatto chiarezza su chi sbaglia (lo ricordiamo: gli «altri»), se solo per caso ci siamo ritrovati in una di queste situazioni o simili, siamo forse meglio disposti ad accettare qualche riflessione su come affrontare al meglio la vita sportiva dei nostri figli.

Sono più o meno 5 milioni i genitori che si apprestano a scegliere o confermare quale sport far praticare ai propri bambini mentre si avvicina la ripresa della scuola e di tutte quelle attività parallele che completano le intense giornate dei ragazzi così affollate di impegni, corsi e allenamenti e che ritmano l'agenda settimanale delle famiglie. Una decisione nella quale il genitore a volte si trova, involontariamente o per semplice non conoscenza, un po' impreparato. Ed è un peccato perché il rischio è guastare la bellezza di questa fase della vita di tanti ragazzi che invece potrebbero trarne grandi benefici non solo fisici (chi scrive allena e ha allenato per tanti anni in squadre giovanili dilettantistiche e trae solo dall'esperienza diretta alcuni episodi).

A ciò si aggiunge il fatto che per i ragazzini il “momento sportivo” è diventato sempre più unico. Le possibilità di fare attività all'aria aperta si sono assottigliate. I pomeriggi spesi in cortile o all'oratorio ormai non esistono più. L'ora di educazione motoria è “sopportata” dalle scuole. La scelta quindi di praticare una disciplina sportiva è diventata una decisione “importante”, forse caricata a volte di troppi significati e aspettative.

Quelle frasi rivelatrici
Inutile fare discorsi teorici. Meglio interpretare, con un pizzico di ironia e di autoironia, alcune tipiche frasi che si sentono spesso a bordo campo
- Il falso distaccato: «Basta che si divertano…». Frase impeccabile in teoria ma a volte è la classica espressione che si sente pronunciare da quel genitore che vuole mostrare quasi indifferenza, ma che alla prima sconfitta inizierà a inveire contro il mondo e se poi il figlio dovesse stare troppo in panchina…
- Il competitivo: «Avete intenzione di fare una buona squadra?» frase rivelatrice di chi ci tiene a vincere, di solito un papà. Traduzione: non voglio proprio portare mio figlio in una squadra di scarsi dove si perde sempre.
- La mamma organizzatrice: «Non si potrebbero spostare al martedì gli allenamenti? Sento io le altre mamme faccio un gruppo su whatsapp…». Vittima di molteplici impegni suoi, della sua famiglia e di suo figlio tenta disperatamente di incastrare tutto, trascurando che un'intera Società sportiva piccola o grande ha esigenze proprie. Ma whatsapp diventa soluzione di tutti i problemi.

- Il falso modesto: «È bravino, niente di che, gioca un po' alla Dybala…». Di solito è il papà. Vede suo figlio come un campione (che probabilmente non è), ma non vuole dirlo esplicitamente. Alla prima non convocazione sarà un problema.
- Il simpatico incompetente: «Se possibile non dovrebbe stare in barriera…» o espressioni simili a seconda della disciplina rivelano il genitore “pauroso” che non conosce spesso le regole ma almeno è simpatico al limite del surreale.
- Quelli mai contenti: «Tutto bene, ma perché l'altro allenatore urla così tanto e invece il nostro…» (o il contrario). Hanno l'ossessione del confronto. Dell'allenatore soprattutto, ma poi anche delle divise, degli spogliatoi, delle riunioni più o meno frequenti e così via. C'è sempre qualcosa che di là fanno e qua no.

E cosa invece osservare
Diciamo invece su cosa sarebbe bello che i genitori ponessero più attenzione.
Valutate il miglioramento. Solo chi lavora bene migliora. L'obiettivo non è solo il risultato. Da una sconfitta si può imparare molto di più. Ma bisogna viverla bene, cioè osservando i miglioramenti che non sono solo tecnici ma anche nella capacità di stare con gli altri, nell'autonomia, nel carattere e così via. Una sola squadra vince il campionato, ma non è che tutte le altre sono composte da idioti, solo che hanno altri obiettivi. Si può vincere imparando.

I bambini, quando giocano e si divertono, sono serissimi. Ai bambini piacciono gli ambienti organizzati. Piace sapere quali sono i loro riferimenti e le regole. Non pensate che si divertano solo se corrono ridendo qua e là. Fare gli “stupidini” può essere divertente dieci minuti, ma poi stufa o fa litigare.
Non date alibi. Il campo era troppo piccolo, troppo grande, fangoso o secco, l'arbitro e così via c'è sempre una scusa per non accettare una sconfitta. Meglio riconoscere a volte che gli altri sono più forti.

- Scegliete la società sportiva giusta. A misura delle qualità di vostro figlio. Giocare in una squadra con i propri amici e crescere con loro è una esperienza che si ricorderà per tutta la vita. Iscriverlo per vincere in una società forte ma di ragazzi che ogni anno cambiano per essere sempre più forti potrebbe diventare un'esperienza inutile per lui e gratificante solo per il genitore.
- Lasciate che diventino autonomi. Non entrate mai nello spogliatoio, fategli portare la borsa in spalla e così via. Il bambino deve imparare a tenere in ordine le proprie cose e a non perderle. Servirà anche a casa…
- State zitti. Non interferite in quello che dice l'allenatore. Lo spogliatoio, il gruppo-squadra hanno proprie regole. E i bambini anche se piccoli le conoscono molto bene e le capiscono facilmente perché sono elementari. Voi invece non le sapete.

- Lasciate che gli allenatori sbaglino e che commettano ingiustizie. Anche di questo nella vita bisogna imparare a essere più forti (purtroppo) e riuscire a vincere ugualmente.
- Valutate con attenzione che sia lo sport giusto. Giusto per il bambino, non per voi. A volte viene vista come un'offesa personale se un allenatore comunica al genitore che forse il bambino non è interessato, che forse potrebbe piacergli un altro sport e potrebbe coinvolgerlo di più.
- Considerate che potrebbe essere anche vostro figlio quello che dice le parolacce, che dà fastidio agli altri, che risponde all'allenatore ecc ecc. non sono sempre “gli altri”.
- Giocare ai giardinetti è una cosa bellissima, ma non è fare sport. Le differenze sono fondamentali. Confrontarsi con le regole del gruppo, di un'organizzazione o di un arbitro è tutta un'altra cosa. E fa crescere come nient'altro.

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